
Perché Bengalaman?
Comincio col dire che non sono ancora oggi un Bengala. Come potete vedere nella foto, infatti, il mio corpo non è ancora interamente ricoperto delle chiazze maculate dei miei bengala. Ci sono ancora delle parti bianche nel viso, e qualcosa sul collo. Ho quindi acquisito qualcosa dei miei gatti, ma sono ancora lontano dal diventare come loro.
Diventare un Bengala è un obiettivo. Adesso vi racconterò in che consiste questa straordinaria mutazione.
Concludo qui dicendo che la mia non è una mutazione generica in gatto, ma proprio nel Bengala, per com’è specificamente questa razza: istintiva, curiosa, brillante, vivace, ultra-dinamica, intelligente, affettuosa. Sì, posso dire che dopo quasi un anno, con due esemplari e non uno soltanto, ho imparato a conoscere questa razza.
Nel 2014 sono andato a vivere solo e la mia vita è cambiata radicalmente. Al tempo stesso, dopo tanti anni di andirivieni tra avvocatura (mia strada maestra) e cinema (mia più profonda passione) ho deciso di optare per la prima, coronando così il lungo percorso di studi.
Inizialmente lavoravo solo, da casa, e la casa era il mio nuovo mondo fatto di libertà e non dover rendere conto a nessuno. Ospitavo ragazze, passavo molto tempo fuori, a fare sport, curavo la mia alimentazione, mi prendevo seriamente cura del mio benessere. La mole di lavoro non era granché, sufficiente a mantenere il mio tenore di vita.
Poi le cose sono cambiate.
Sul lavoro ho azzeccato un canale giusto sul quale ho costruito il mio business. Ho cominciato con il prendere in affitto una stanza e già da lì presi a fare l’avvocato vero e proprio, sebbene non abbandonai il gusto di prendermi cura di me stesso. Ma la mia crescita professionale è stata rapida e travolgente, così in un anno, più o meno, mi sono ritrovato con uno studio tutto mio al centro di Roma e a lavorare non più da solo ma con altri professionisti. Oggi sono sei.
Il successo che ho nella professione, il rispetto che ricevo nell’ambiente, il denaro, i beni materiali, mi consentono probabilmente di colmare alcuni vuoti personali e la casa è sempre più il mio piccolo nacondiglio dal mondo, ma la qualità di vita è sensibilmente peggiorata. Non ho più spazi, le mie energie sono assorbite interamente dal lavoro.
È qui che si inseriscono i Bengala. Pedro e Cymba hanno stravolto la mia routine, il mio rituale di isolamento serale (cena, tv sul divano, andare a dormire), le mie ore passate nella pace dei sensi, solo, io e me soltanto, a ricaricare le pile in vista del giorno lavorativo successivo. L’inizio è stato terribile, ma oggi riesco a convivere discretamente con loro. Anzi, sento che noi tre siamo un nucleo familiare. La loro presenza in casa è forte, si sente abbastanza. E poi c’è il fatto di prendersi cura di due esseri viventi, preparar loro da mangiare, dargli da bere, pulire la lettiera, farli giocare. Insomma, Pedro e Cymba mi hanno consentito di uscire un po’ fuori da me stesso e approcciarmi di nuovo alla socialità, seppure felina. Queste modifiche per me sono state importanti, e sono loro che hanno portato a trasformare le mie braccia in zampe di gatti, e a riempirmi del pelo leopardato dei Bengala.
Ma c’è ancora tanta strada da fare.
Io vorrei diventare un Bengala al 100%, nel senso di diventare una persona vivace, accesa, che si muove secondo natura, seguendo il proprio istinto, affettuosa, solare, divertente, curiosa. Questo uscire da me stesso, da questo auto-isolamento mentale, è stato importantissimo per me, ma voglio raggiungere altri traguardi. Ad esempio, mi piacerebbe imparare ad andare a mangiare quando ho concretamente fame, come fanno loro che hanno il cibo sempre a disposizione. Mi piacerebbe appisolarmi quando ho sonno e non in base all’orario. Mi piacerebbe provare la stessa eccitazione per le piccole cose, come provano loro quando gli lancio una pallina di carta stagnola, o quando vedono vibrare la coda di un serpente meccanico. Mi piacerebbe fare i loro stessi salti senza risentirne alle articolazioni. Mi piacerebbe acquistare la loro stessa indipendenza nei rapporti affettivi, imparare il loro modo di amare e di essere amati.
Ma il primo obiettivo è quello di diventare una persona più tollerante e aperta; cioè vorrei smetterla di arrabbiarmi se mordono una trapunta o se mi rovinano la pelle di una sedia o se mi fanno cadere degli oggetti per terra. Smettere di arrabbiarsi è possibile solo facendo un passaggio: capendo che loro sono gatti, che non lo fanno apposta per darmi fastidio, che è la loro natura. Ma capite bene, che questo passaggio potrebbe attuarsi anche nei rapporti con gli esseri umani. Se ad esempio una persona ci ferisce involontariamente, possiamo cercare di concentrarci sulle buone intenzioni, sulla natura fallibile dell’essere umano, per cercare di stemperare le reazioni negative. Sì, perché oggi il mio limite principale, associato all’intolleranza, è la rabbia. Capire i gatti significa, come ho cercato di spiegare proprio adesso, anche capire gli esseri umani, perché noi, come loro, siamo guidati da istinti naturali, per cui sarebbe utile cercare di comprendere e giustificare azioni che ci piacciono poco, e a volte ci feriscono, proprio sulla base del fatto che la loro origine non è dettata dalla cattiveria, bensì dall’indole dell’essere umano, da forze che ci sovrastano e fanno sì che i nostri comportamenti non possano essere giudicati.
Credo che posso imparare molto, guardando i miei animaletti. L’importante, da qui in poi, sarà rispettare una parola d’ordine: sorridere!
